LEGGENDE E REALTA’ DEI DELFINARI ITALIANI

LEGGENDE E REALTA’ DEI DELFINARI ITALIANI

Maggio 21, 2018 Off Di Chiara Grasso
COLLABORAZIONE ESTERNA DI GINEVRA CONTINI
LA SCIENZA SMONTA LA DETENZIONE DEI CETACEI IN CATTIVITA’ PER SCOPI LUDICI.

Sempre più frequentemente vengono pubblicizzati corsi di etologia dei mammiferi marini, spesso accoppiati con “stage di addestramento” e “visita di gruppo al parco”. Il successo è probabilmente dovuto a 2 principali fattori: la speranza di un futuro lavoro a contatto con i cetacei (desiderio che in Italia è difficile da realizzare) e la presenza di persone laureate che tengono i suddetti corsi. La domanda che ci dobbiamo porre in questi casi è: quanto questi progetti possono avere un risvolto nel campo della ricerca, della conservazione e della tutela delle specie? Per capirlo, è necessario analizzare le credenze che vengono utilizzate per promuovere questo tipo di eventi (e magari sfatare qualche mito):

  • “I delfini che sono nati e cresciuti in cattività possono essere usati come modello di riferimento per comprendere il comportamento degli esemplari presenti in natura e si garantisce loro il massimo dello standard di benessere (sia mentale che fisico)”. FALSO

I delfini nati in cattività risultano essere del tutto privi dei loro istinti naturali. Lo studio “Social and individual behaviour of a group of bottlenose dolphins (Tursiops truncatus) in open nd closed facilities” – C U Ruiz, A Sanchez, F G Maldonado (http://www.scielo.org.mx/pdf/vetmex/v40n4/v40n4a4.pdf) ha voluto indagare sugli effetti comportamentali di un gruppo di delfini, cambiando le strutture da chiuse ad aperte; in parole povere, i delfini sono stati trasferiti da una situazione di piscina ad una di laguna, delimitata dal mare aperto tramite una barriera. Da questo studio è emerso che i delfini delle strutture aperte (come in libertà) sono molto più attivi e nuotano per un lungo arco temporale in modo lineare e superficiale, rispetto a quelli tenuti nelle comuni vasche, che riportano comportamenti “stereotipati”, quali il nuoto in circolo o il galleggiamento. Non ci sono significative differenze nel nuoto in profondità, ma negli ambienti chiusi si registra un’elevata percentuale di interazioni sociali, che possiamo definire come “forzate”. Tali differenze mettono in luce un’evidente diversa percezione della quantità e della qualità dello spazio, che si ripercuote anche sul livello dell’attività surrenalica, utilizzata per quantificare lo stress nei cetacei. Infatti, seppur con una maggior complessità dei sistemi di regolazione, che rende i mammiferi marini molto più sensibili di quelli terrestri, gli indicatori di stress comunemente utilizzati per i mammiferi terrestri (come GC, ACTH e quindi cortisolo) hanno dimostrato di possedere funzioni analoghe in quelli marini, come illustrato in “Stress physiology in marine mammals: how well do they fit the terrestrial model?” – S Atkinson, D E Crocker, D S Houser, K Mashburn https://www.researchgate.net/publication/275525851_Stress_physiology_in_marine_mammals_How_well_do_they_fit_the_terrestrial_model .

“Behavior and salivary cortisol of captive dolphins (Tursiops truncatus) kept in open and closed facilities”-  C Ugaz, R A Valdez, M C Romano, F Galindo(https://www.researchgate.net/publication/257626430_Behavior_and_salivary_cortisol_of_captive_dolphins_Tursiops_truncatus_kept_in_open_and_closed_facilities ) è un ulteriore studio, stavolta effettuato in ben 4 delfinari con strutture diverse, ma che si trova in pieno accordo coi risultati sopracitati: i delfini tenuti in strutture aperte mostrano attitudini di nuoto differenti e concentrazioni di cortisolo salivare inferiori, rispetto a quelli tenuti in strutture chiuse.

 

 

  • “Un cane tenuto in casa non è diverso.” FALSO

Il cane (Canis lupus familiaris)  è un animale che ha subito un antichissimo processo di domesticazione (15000 a.C.), pertanto si è potuto assistere, di generazione in generazione, a svariati cambiamenti. I più facili da individuare risiedono nel fenotipo, quindi in tutti quei tratti fisici visibili che lo distinguono dalle altre sottospecie di Canis lupus. Ma tali caratteristiche sono correlate anche a modificazioni in termini comportamentali e fisiologici. Per questo motivo, seppur sia risaputo che anche il nostro cane di casa necessita di uscire per mantenere un corretto equilibrio fisico e mentale, risulta inappropriato paragonare due specie con una storia così diversa.

 

  • “Le capriole fanno parte del programma che serve a mantenerli mentalmente e fisicamente attivi, e i programmi di addestramento sono svincolati dal cibo dagli anni 60”. VERO E FALSO

Sicuramente gli individui tenuti in cattività riscontrano una maggior difficoltà nel trovare stimoli motori; pertanto sarebbe opportuno, specialmente per quanto concerne gli animali sociali, studiare dei metodi per far fronte a tale problematica. È possibile però constatare che i programmi di addestramento dei delfinari hanno un fine completamente differente e  risultano anzi  essere in netto contrasto col benessere della specie.

Un’ottima review del 2015 (http://endcap.eu/wp-content/uploads/2015/09/Gonzalvo-Dolphinaria-Italy.pdf ), condotta dal biologo marino Joan Gonzalvo all’interno dei delfinari italiani, ha messo in luce che salti e piroette mirano alla spettacolarizzazione, attraverso comportamenti innaturali. Sottolinea, inoltre, che il cibo è utilizzato come ricompensa per aver svolto un esercizio in modo corretto, privando l’animale della sua indole predatoria. Ma quello che è ancora più grave è che molti degli esercizi svolti dai delfini, descritti agli spettatori come “gioco” e “divertimento” (es. agitare le pinne o dare colpi di coda sull’acqua) sono in realtà comportamenti che in mare esprimerebbero aggressività verso elementi di disturbo o di qualsiasi altra cosa percepita come una minaccia. Un’ulteriore risposta possiamo trovarla in “Modulation of whistle production related to training sessions in bottlenose dolphins (Tursiops truncatus) under human care” – JL Marulanda, O Adam, F Delfour (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/zoo.21328/abstract), dove sono riportate le variazioni delle emissioni vocali dei delfini in cattività. Si registra un’elevata percentuale di fischi, cosiddetti “non-senso”, soprattutto durante e al termine delle sessioni di addestramento. Al contrario, il tasso di emissione di “fischi-firma”, solitamente utilizzati in situazioni di stress o come richiamo alla coesione, aumenta significativamente dopo l’addestramento.

 

 

In conclusione, possiamo affermare che per giudicare se un’esperienza sia formativa non è sufficiente verificare che chi tiene il suddetto corso abbia il titolo di studio adeguato. È invece molto importante sensibilizzare la popolazione affinchè tutti abbiano gli strumenti per poter identificare facilmente gli eventi che vanno a scapito sia degli appassionati, sia di animali in cattività, sfruttati per la loro intelligenza ed il loro fascino.

 

Ginevra Contini