PERCHÉ È SBAGLIATO INTERAGIRE CON GLI ANIMALI SELVATICI?

PERCHÉ È SBAGLIATO INTERAGIRE CON GLI ANIMALI SELVATICI?

Ottobre 18, 2018 Off Di Chiara Grasso

IN BREVE:

– Selvatico non è domestico
Selvatica è la specie (Canis lupus – Lupo), addomesticato è il singolo individuo
– Un animale selvatico anche se addomesticato è geneticamente identico al suo conspecifico libero in Natura. Un individuo addomesticato non lo si può definire domestico. Domestica è la specie o la sottospecie (Canis lupus familiaris – Cane)
– Un animale selvatico non è “programmato” per interagire con l’Uomo a livello genetico ed evolutivo nemmeno dopo anni e generazioni in cattività (a meno che non sia stato volutamente selezionato, come per gli esperimenti sulle volpi rese “domestiche” con selezione artificiale in poche generazioni). Un individuo appartenente ad una specie selvatica che viene addomesticato potrà avere un comportamento alterato, ma la sua Natura (la sua selvaticità) no.
– I selvatici sono vettori di zoonosi per l’Uomo anche mortali (Ebola)
– Anche l’Uomo può attaccare malattie mortali agli animali selvatici (Herpes virus)
– Gli animali selvatici, anche se addomesticati rimangono selvatici e quindi potenzialmente pericolosi per l’Uomo
-Non è
di certo educativo per i bambini, interagire con gli animali selvatici. Dovremmo educare al rispetto del limite, non alla supremazia e al controllo dell’animale con il pretesto di “avvicinarci alla Natura”. Non è questo il modo. Anzi.
L’interazione e la vicinanza con l’Uomo in alcuni contesti può essere causa di stress per gli animali selvatici, (anche addomesticati)
L’interazione con l’Uomo è qualcosa di innaturale che non fa parte del repertorio comportamentale di un animale selvatico: è antievolutivo.
Alimentare i selvatici in Natura li espone a rischi salutari e di sopravvivenza: perdono la naturale e sana diffidenza dall’Uomo, abituandosi e dipendendo dal cibo umano, essendo poi incapaci di procacciarsi le risorse da soli oppure esponendosi a rischi, andando potenzialmente ad alterare la gerarchia interna e quindi la sopravvivenza dei singoli
–  il fatto che etologi come Jane Goodall, Diane Fossey e Konrad Lorenz interagissero con i selvatici ai loro tempi e in quel contesto storico e scientifico, non è certo una giustificazione per farlo oggi – senza alcuna necessità
Non è una giustificazione nemmeno appoggiarsi al pretesto che molte delle interazioni siano fatte con animali apparentemente orfani/feriti: si può e anzi, si deve salvare un animale anche senza baci e carezze.

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ARTICOLO:

Nell’era di oggi, entrare in contatto con la Natura è sempre più difficile.
I Computer e il lavoro ci soffocano e sembra quasi che non riusciamo a passeggiare in un bosco senza avere in mano uno smartphone.
Per questo, sempre di più, cerchiamo di riavvicinarci alla Natura in modi non spesso consoni e giusti. Tra questi, un po’ perché non si sa essere sbagliato, un po’ per moda, un po’ perché crediamo sia educativo, un po’ per puro piacere, c’è l’interazione con gli animali selvatici.
Scoiattoli al parco, elefanti in vacanza, delfini, tigri, gufi, pappagalli: gli animali selvatici con cui si interagisce sono davvero tantissimi. E lo sono anche i luoghi: petting zoo in cui pagando una sovrattassa puoi alimentare e accarezzare le giraffe, presunti santuari in Africa in cui volontari Europei allattano e passeggiano con leoni e scimmiette.

Circhi, parchi faunistici, attrazioni turistiche. Ovunque. E molte sono anche le persone che hanno un animale selvatico come animale da compagnia (pappagalli, ricci, suricati, tartarughe, iguane…). Ma attenzione! Un animale selvatico non è necessariamente esotico e un animale esotico non è necessariamente un animale selvatico: infatti si definisce selvatico un animale la cui specie di appartenenza è filogeneticamente, tassonomicamente, morfologicamente ed etologicamente una specie selvatica. Una specie cioè che non è stata influenzata dall’Uomo nel suo processo evolutivo. Un animale selvatico è quindi un animale la cui indole è quella di non stare con l’Uomo, nasce con un numero di cellule della cresta neurale maggiori rispetto ad un animale domestico e quindi produrrà più adrenalina e quindi mostrerà maggior aggressività e avrà una fisiologia, una morfologia e un comportamento da animale selvatico.

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Diverso è un animale domestico, che invece nella maggior parte dei casi ha subito processi co-evolutivi con l’Homo sapiens e quindi è “programmato” già dalla nascita per poter stare e interagire con l’Uomo. Ha un numero di cellule della cresta neurale minore, secreta meno adrenalina e anche a livello morfologico è diverso rispetto al suo predecessore selvatico (immaginiamo il Lupo e il Cane: il cane è la sottospecie domestica del lupo e sono geneticamente ed evolutivamente diversi).
NB: Un animale non è che “lo si considera” o meno selvatico o domestico. Questo lo decidono a monte la scienza, la genetica e l’evoluzione, non una considerazione personale.

Vuoi saperne di più sulle cellule della cresta neurale e il ruolo neuroendocrino che hanno avuto a livello evolutivo? Clicca qui per leggere il nostro articolo su questa ricerca scientifica.
Risultati immagini per co evolution dogLeggi il nostro articolo sulla differenza tra domestici e selvatici e sul ruolo dell’ossitocina nel rapporto diadico Cane-Uomo, stabilitosi grazie alla co-evoluzione tra questi

Un animale addomesticato è invece un singolo individuo che durante la sua ontogenesi (sviluppo nel corso della vita) è stato a contatto con l’Uomo e quindi il singolo individuo, a livello comportamentale e solo a livello comportamentale, si è adattato a stare e interagire con l’Uomo – ma se quello stesso individuo fosse nato in Natura, senza aver mai visto l’Uomo, sarebbe ben restio ad avvicinarsi a questo. Quello che succede è che gli animali addomesticati vengono fatti imprintare sull’Uomo (abituare all’Uomo fin dalla nascita, facendo credere all’animale che l’Uomo è parte del suo gruppo/genitore/partner sessuale) – attraverso l’imprinting, quindi, l’animale sarà un animale addomesticato a livello comportamentale ma geneticamente, evolutivamente rimane selvatico e soprattutto le sue esigenze specie-specifiche rimangono quelle di un animale selvatico.
Facciamo un esempio: se un Kinkajou (cercoletto – Potos flavus) ha nel suo repertorio comportamentale l’esigenza di dover vivere in gruppi di almeno 9 individui, di vivere e mangiare di notte, di saltare tra gli alberi e di fuggire alla vista dell’Uomo, capirete bene quanto sia innaturale che il Kinkajou viva di giorno a casa di qualcuno, a contatto con l’Uomo, senza suoi simili. E questo è solo un esempio.

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Immagini di Kinkajou: sinistra, come pet – destra, libero in Natura. Qual è la normalità? 

Non importa da quante generazioni quell’animale viva in cattività – il contatto con l’Uomo che non è mirato ad un bisogno dell’individuo, è puramente un’esigenza umana. Un animale selvatico che interagisce con l’Uomo è un individuo “rotto” – e noi stiamo interferendo con quello che è il suo benessere specie-specifico psicofisico (wellbeing).
Certo, è sicuramente vero che in Natura moltissimi animali di specie diverse interagiscono tra di loro, ma è spontaneo e naturale. Nessun babbuino “ricatta” con il cibo un’impala per poter interagire con lui e nessun bradipo alleva piccoli di scimmia cappuccina per farli imprintare su di lui.
L’interazione che avviene tra specie diverse in Natura è dettata dalla Natura stessa e nessuno condiziona l’altro ad una dipendenza da questo.

Quanto è profondamente ingiusto anche il solo pensiero che l’Uomo voglia avere il controllo dell’ontogenesi di un animale selvatico a tal punto di volergli modificare il suo comportamento per il puro gusto di interagire con questo? E quanto è, ancor di più ingiusta, l’idea di voler rendere domestiche tutte le specie della Terra, così da poterne avere il controllo e poterci interagire? Questa visione del mondo è profondamente antropocentrica e pericolosa  per il futuro del nostro pianeta e della convivenza con le specie che lo abitano insieme a noi.
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Il processo di domesticazione che ha portato alcuni lupi più docili a farsi avvicinare dagli Uomini e così diventar cani, è stato un processo spontaneo: una vera e propria co-evoluzione.
Qualcuno dice “Anche le specie domestiche, prima di essere diventate tali, si sono sviluppate da specie selvatiche” Vero, ma questo non basta. L’Uomo ha stabilito una qualche relazione con certi individui appartenenti a specie selvatiche, (magari i più docili, i più tolleranti o semplicemente i più curiosi): parliamo quindi di una vera a propria simbiosi. La domesticazione infatti, ancor prima di vedere un’azione di selezione artificiale per mano umana, molto probabilmente è stata caratterizzata da un’azione che è stata svolta sia dagli umani che dalle specie selvatiche coinvolte. In altre parole: la domesticazione non è semplicemente “io ti prendo, ti seleziono e ti rendo domestico” ma è più un fenomeno che prevede co-protagonisti in cui anche i primi individui appartenenti a specie selvatiche, in maniera spontanea, hanno permesso che le cose andassero in questo modo. La visione moderna di selezionare specie selvatiche per puro diletto umano (aldilà degli scopi sperimentali e di valide motivazioni scientifiche) è una pratica possibilmente da evitare ed è del tutto lontana dal concetto di domesticazione vera e propria, caratterizzata non solo da selezione artificiale ma anche da selezione naturale e storia evolutiva (lunga e breve che sia).

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Pappagallo Ara (Ara chloropterus) come animale da compagnia e libero in Natura.
Se l’animale potesse decidere, sceglierebbe davvero la vita con l’Uomo?

Proviamo ad andare in Natura e avvicinarci ad un pappagallo. Vediamo se questo ci sale sulla spalla e ripete i nostri suoni. Questo ci fa capire quanto l’interazione con quella specie sia profondamente innaturale ed etologicamente sbagliata per l’animale, oltre che per il suo benessere.
Detto ciò, però, alcuni animali ormai nati in cattività e imprintati sull’Uomo hanno e avranno perennemente bisogno dell’Uomo e del contatto con questo: ne sono dipendenti e privarglielo in molti casi vorrebbe dirli condannarli alla sofferenza. Per questo in alcuni casi, l’Uomo è diventato basilare per il benessere di questi animali “rotti” – e questo, ci dovrebbe far capire ancora di più, quanto l’interazione con l’Uomo per gli animali selvatici sia pericolosa per il loro benessere e la loro Natura. Se un Gorilla preferisce un Umano a un suo conspecifico, vuol dire che quel povero individuo ormai ha perduto la sua identità di Gorilla, di “essere un Gorilla”, avrà un comportamento alterato, ma non avrà perso la sua selvaticità specie specifica.
Gli animali selvatici non hanno bisogno di noi, non hanno bisogno delle coccole, non hanno bisogno di amore. Hanno solo bisogno di essere rispettati.

In aggiunta a tutto ciò, si palesa il rischio di zoonosi (malattie trasmissibili Uomo-Animali / Animali-Uomo). Il contatto di un animale selvatico con l’Uomo può veicolare virus, parassiti e malattie da entrambe le parti.
Immaginiamo solo che l’Herpes virus (la classica herpes labiale umana – non grave per noi) può essere mortale per un qualsiasi altro Primate. Così come l’Ebola era asintomatica negli scimpanzè e per noi è stata invece mortale in moltissimi casi.
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Oltretutto un animale selvatico è un animale che, come abbiamo detto, geneticamente ed etologicamente non è “programmato” a stare con l’Uomo e quindi il suo comportamento è imprevedibile in moltissimi casi; il ché può essere pericoloso per la nostra incolumità. Pensiamo a quanti attacchi di leoni vengono registrati ogni anno nei confronti dei loro domatori nei circhi: eppure è un individuo imprintato sull’Uomo che conosce e “ama” l’addestratore da anni – eppure la Natura selvaggia, a volte esce fuori e questo ci dimostra ancora una volta quanto un animale selvatico deve rimanere selvatico e l’interazione con l’Uomo sia qualcosa di controproducente ed innaturale per lui.

Qual è il beneficio, per un animale in Natura, ad esempio, di essere avvicinato dall’Uomo? Abituare un animale selvatico a noi, ad esempio con il cibo, è per lui un grande rischio. Gli animali si abituano all’Uomo “buono” e in questo modo non riescono più a distinguere chi buono non è – perdendo quindi la naturale e sana diffidenza che li spingerebbe ad allontanarsi anche dai bracconieri o dai “cattivi”. Inoltre, si abituano al cibo per mano umana e quindi non saranno più in grado di procacciarsi le risorse da soli e il rischio di manifesta anche nel momento in cui, alimentando i selvatici, ne alteriamo le dinamiche di gruppo interne e quindi la gerarchia, potenzialmente compromettendo sopravvivenza dei singoli individui.

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Molti giustificano l’interazione convincendosi che anche i grandi dell’etologia come Jane Goodall, Konrad Lorenz e Diane Fossey avevano relazioni interspecifiche con gli animali che studiavano e che quindi l’interazione con l’animale sia, non solo lecita, ma anche necessaria per lo studio etologico. Chiaramente non è così, anzi. Proprio per lo studio etologico privo di interferenze e variabili, bisognerebbe evitare ogni minimo contatto e interazione con l’animale selvatico: dovremmo essere invisibili. Inoltre loro erano in qualche modo obbligati, viste le condizioni e il periodo storico in cui vivevano e la necessità di sensibilizzazione che emergeva in quel periodo storico. In quegli anni infatti, era difficile sensibilizzare su quella che potesse essere l’empatia per gli animali, e quelle foto erano in qualche modo funzionali ad una divulgazione non tanto scientifica, quanto più “affettiva” nei confronti delle altre specie. Noi grazie al progresso scientifico e sociale non ne abbiamo più bisogno e sopratutto abbiamo compreso quanto questi comportamenti antropocentrici e diseducativi siano sbagliati per lo stesso animale, per il suo gruppo sociale di appartenenza e per lo studio scientifico in corso.

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Altri giustificano l’interazione con il selvatico affermando che l’animale fosse ferito o orfano. Non è un presupposto né un pretesto valido: ci sono infiniti casi in cui un animale orfano o ferito (sempre che lo sia) può essere recuperato senza per forza tenerlo al guinzaglio, dargli bacini e privarlo della sua selvaticitá naturale obbligandolo tra l’altro ad interazioni non solo con l’uomo – ma anche con specie che naturalmente sarebbero suoi predatori o con cui non condividerebbe nemmeno la nicchia ecologica. Quando molti “santuari” o persone scrivono animale “saved” in realtà è solo una mera giustificazione alla detenzione di selvatici. Se è stato salvato, non deve stare a casa tua. L’animale poteva sopravvivere anche senza coccole, video carini e bacini. Si poteva accudire senza umanizzarlo e renderlo per cui sempre costretto ad una vita in cattività – come animaletto da compagnia, avendogli privato la sua natura selvatica e naturale . E per fare questo la detenzione in casa è insana , sbagliata e oltretutto illegale: esistono i centri di recupero e non i salotti delle persone per salvare animali davvero in pericolo.

A ragion di tutto ciò che è stato scritto e dimostrato, è anche profondamente diseducativo e sbagliato scattarsi selfie con gli animali selvatici (leggi perchè) e postare video e immagini di interazioni tra Uomo e Selvatico (leggi articolo)

Insomma, interagire con un animale selvatico è solo un bisogno umano nella maggior parte dei casi.
Rispetta il selvatico.
Lascialo selvatico – noi non abbiamo bisogno di alterare un animale per entrare in contatto con la Natura.

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Qual è la normalità?

Fonti scientifiche:
www.sciencemag.org/news/2015/04/how-dogs-stole-our-
www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3183515/
https://europepmc.org/abstract/med/12882495
www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2725831/
www.genetics.org/content/197/3/795
Domesticated: Evolution in a Man-Made World. Richard C. Francis