GLI ALLEVAMENTI ZOOTECNICI MODERNI

Articolo di Giuditta Celli, nostra associata e collaboratrice

 

Quando parliamo di allevamenti di carne per le nostre tavole, raramente sappiamo veramente che tipologia di allevamento ha prodotto il nostro alimento. Sarebbe opportuno capire la differenza che si è creata negli anni nella produzione zootecnica a partire dagli allevamenti classici al pascolo per arrivare agli allevamenti moderni definiti “intensivi” o “industriali”.

L’allevamento intensivo è descrivibile come un sistema di produzione industrializzato dove gli animali sono riuniti in grandi quantità in spazi ridotti. La produzione di carne nel corso degli anni si è adattata alla crescita della popolazione e della domanda di prodotto, incentivati dal miglioramento delle condizioni di vita ed una variazione alimentare che predilige alimenti di origine animale oramai economicamente accessibili per una vasta fetta della popolazione.

Questa tipologia di produzione industriale si è sostituita a quella classica delle fattorie, aumentando la quantità disponibile, abbassandone il costo e rendendo quindi l’alimento accessibile ai più. Questo processo però non tiene conto di molti aspetti ed effetti negativi che si riflettono sugli animali stessi, sull’uomo e sull’ambiente.

Vediamo quali sono le principali conseguenze:

  • I piccoli produttori sono emarginati dal mercato non potendo competere nella produzione o distribuzione. Per lo più si ritrovano costretti a chiudere o ad essere inglobati nella produzione industriale.

  • Si rischia la perdita delle razze animali. In situazioni di allevamento intensivo gli animali sono allevati nella razza più produttiva. Oltre a questo si aggiunge la comparsa di problemi fisici dovuti alla mancanza di spazio o di indebolimento del sistema immunitario. Ad esempio in molte situazioni i tacchini risultano incapaci di riprodursi naturalmente o i maiali non sarebbero in grado di sopravvivere all’esterno. Se consideriamo l’allevamento di polli in Italia, il 95% della produzione annua proviene da allevamenti intensivi. Le condizioni sono tali per cui ogni animale ha a sua disposizione una superfice tra i 17 ed i 22 m2 in edifici bui ed hanno un ritmo di crescita molto elevato, in 38-40 giorni sono pronti per l’abbattimento. La salute dell’animale può risentirne con problemi di locomozione, cardiovascolari e respiratori.

A causa delle scarse condizioni igieniche in cui possono ritrovarsi, gli animali subiscono un abbassamento del sistema immunitario, che può condurre all’insorgenza di malattie anche trasmissibili all’uomo. Per far fronte a ciò si utilizzano dosi massicce di antibiotici che oltre a causare un aumento di batteri farmaco resistenti, potrebbero non essere completamente smaltite dal sistema biologico ed arrivare con la carne fin nel nostro piatto. Stesso destino che possono avere gli ormoni della crescita ed altri farmaci che vengono somministrati per favorire la crescita del bestiame e la produzione dei prodotti come uova o latte.

  • Quasi un terzo delle terre emerse del pianeta è destinato al bestiame. Per il nutrimento del bestiame si utilizzano vaste aree di terreno agricolo con tecniche intensive, soprattutto nelle zone più povere del pianeta, implicando processi di deforestazione e sovra sfruttamento del terreno.

  • La produzione intensificata causa un’elevata emissione di gas ad effetto serra. Secondo un’analisi di Greenpeace in Europa sono responsabili del 17% delle emissioni totali, con un aumento pari al 6% tra il 2007 ed il 2018 (come 8,4 milioni di auto). Se a queste emissioni aggiungiamo quelle derivanti da settori affini come l’agricoltura per il mangime, la deforestazione per i terreni coltivabili ed i cambiamenti nell’uso del suolo, la zootecnica europea produce 704 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. L’ONU ha stimato a livello mondiale un contributo pari al 18% del riscaldamento globale, cioè circa un 40% in più rispetto al settore dei trasporti.

  • La quantità di liquami e rifiuti prodotti da queste attività non è trascurabile. Secondo i dati americani del General Accounting Office (GAO) singoli allevamenti possono produrre più rifiuti organici della popolazione di alcune città americane. Tutti i deflussi arrivano nei corsi d’acqua e nei terreni inquinandoli e rilasciano anche effluvi che possono rivelarsi pericolosi, come ammoniaca ed acido solfidrico.

Alla luce di questi dati potremmo chiederci se queste modalità di allevamento siano veramente un passo avanti o meno rispetto alla produzione estensiva al pascolo. Ogni produzione ed attività umana ha un impatto sull’ambiente, non possiamo negarlo. Il punto è riuscire a ridurre al minimo questo impatto ed il pascolo sembra poter essere la scelta migliore per un minor inquinamento ambientale ed una migliore vita animale. Questo implicherebbe una riduzione nella produzione di carne ma se noi consumatori riuscissimo a ridurre la domanda, mangiando solo la quantità che la terra riesce ad offrirci senza sovra sfruttarla, riusciremmo a cambiare qualcosa?

 

Giuditta Celli

 

FONTI

  • http://www.fao.org/3/i2414e/i2414e05.pdf
  • https://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne/allevamento-intensivo-dei-polli/
  • https://www.greenpeace.org/italy/storia/12423/gli-allevamenti-intensivi-in-ue-inquinano-piu-delle-automobili-la-nostra-analisi/
  • Se niente importa, J.S. Foer
Seguici sui social

Autore

Articolo scritto da un associato o un collaboratore esterno dell'Associazione ETICOSCIENZA