INTERVISTA A DUE GRANDI PRIMATOLOGHE ITALIANE: ELISABETTA PALAGI ED ELISA DEMURU

INTERVISTA A DUE GRANDI PRIMATOLOGHE ITALIANE: ELISABETTA PALAGI ED ELISA DEMURU

settembre 25, 2018 Non attivi Di Chiara Grasso

ETICOSCIENZA ha avuto l’onore di intervistare due grandissime primatologhe italiane, fiore all’occhiello dell’etologia del nostro bel paese e non solo.

Risultati immagini per elisabetta palagiLa professoressa Elisabetta Palagi, ricercatrice e docente all’Università di Pisa, dal 1992 si occupa di studiare i primati nelle loro capacità cognitive, sociali ed emotive: dai lemuri, ai macachi, ai gelada, scimpanzé, bonobo , marmosets e gorilla. Lavora e collabora con il Museo di Storia di Scienze Naturali di Pisa e con il CNR di Roma e oltre ad aver seguito più di 45 tesi di laurea, è anche autrice e co-autrice di 56 articoli scientifici e 5 capitoli di libri, oltre al nuovo importante libro pubblicato dalla Cambridge University press: “The Missing Lemur Link” insieme al professor Ivan Norscia.

 

 

 

L'immagine può contenere: Elisa Demuru, con sorriso, albero, spazio all'aperto, natura e acqua

La Dottoressa Elisa Demuru, classe 1985, è attualmente ricercatrice presso il Centro Nazionale Ricerche Scientifiche, università di Lione/Saint-Étienne, con un progetto di ricerca sullo sviluppo delle capacità comunicative nel bonobo. Laureata in ECAU a Torino, ha effettuato il suo dottorato all’Università di Parma e attualmente il suo PostDoc in Francia. Ha pubblicato 20 articoli scientifici che hanno un focus principale sul contagio emotivo e la socialità dei primati.

 

 

Noi di ETICOSCIENZA abbiamo voluto intervistare le due primatologhe, circa la loro importante scoperta sui Bonobo. Il loro studio, effettuato insieme a Pier Francesco Ferrari del CNRS Francese, è stato realizzato presso il Parco Primati Apenheul nei Paesi Bassi e La Vallée des Singes in Francia dove i ricercatori sono riusciti a filmare tre nascite nel bonobo fin dalle prime fasi del travaglio: un’opportunità eccezionale che ha permesso di documentare non solo il comportamento della mamma, ma anche quello dell’intero gruppo sociale. Mai prima d’ora i comportamenti legati al parto in una grande scimmia erano stati descritti e analizzati in modo così dettagliato.

 

1) Come è nata l’idea di fare questa ricerca?

Prof.ssa Palagi: L’idea è nata per caso, come molte delle ricerche. Stavo facendo il training a due studenti (una di queste era proprio Elisa Demuru che si è laureata con me) e una femmina di bonobo ci ha partorito davanti, ma non prima che riuscissi a dare istruzioni su come fare i video e su quali soggetti puntare la videocamera. Siamo poi riuscite e seguire altri parti in uno zoo francese, dove anche lì abbiamo potuto riprendere tutto fin dalle prime contrazioni. Ci interessava guardare cosa facessero i membri del gruppo, soprattutto le altre femmine, per capire se ci fosse collaborazione, in una specie che in molti consideriamo fortemente empatica.

Dott.ssa Demuru: Non si può dire che la ricerca sul parto nel bonobo sia nata da una vera e propria idea ragionata a tavolino, ma è piuttosto grazie al caso che è cominciato questo studio. Che dire, anche la scienza ha bisogno di un po’ di fortuna! Il primo parto è stato osservato nel 2009 nel parco primati di Apenheul, nei Paesi Bassi, dove mi trovavo con Elisabetta Palagi per la raccolta dati per la mia tesi specialistica. Ci è stato fin da subito chiaro che eravamo testimoni di un evento eccezionalmente raro: un parto diurno nel bonobo che avviene in un gruppo sociale… e io avevo una videocamera in mano! L’analisi di questi video aveva messo in evidenza dei comportamenti particolari delle femmine verso la partoriente, ma una singola osservazione, per quanto importante, non era sufficiente per trarre delle conclusioni più generali a livello di specie. Troppe domande restavano senza risposta. Per fortuna, nel corso delle osservazioni per il mio dottorato di ricerca nel parco primati La Vallée des Singes, in Francia, ho potuto osservare (e filmare) altre due nascite. E’ grazie all’analisi dei tre parti che abbiamo potuto trattare i dati a livello statistico e mettere in evidenza degli aspetti ricorrenti che caratterizzano il parto nel bonobo, che è la specie vivente più prossima all’uomo insieme allo scimpanzé.

 

2) Cosa avete scoperto, in breve, durante le vostre osservazioni sui Bonobo?

P: Mai prima d’ora i comportamenti legati al parto in una grande scimmia erano stati descritti e analizzati in modo così dettagliato. Abbiamo scoperto che l’assistenza al parto, come evento sociale tutto al femminile, non è una caratteristica esclusiva degli umani come sinora ritenuto, ma un comportamento che condividiamo con i bonobo, questa nostra specie “cugina” molto vicina dal punto di vista evolutivo.  Durante il parto di una loro compagna, le femmine di bonobo le si stringono intorno e mettono in atto comportamenti per  proteggerla e supportarla in un momento di massima vulnerabilità, fino ad arrivare ad aiutare la partoriente a sorreggere il piccolo durante la fase espulsiva. Inoltre, gli scambi di espressioni facciali, vocalizzazioni e gesti raccontano una storia di intensa partecipazione emotiva.

D: Il lavoro, pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behavior, mostra che il parto nel bonobo è un vero e proprio evento sociale, con le femmine che si raggruppano intorno alla partoriente, sostenendola e proteggendola fino al momento della nascita del piccolo. E’ una scoperta importante perché mette in questione l’idea che la socialità durante il parto nella nostra specie si sia evoluta per far fronte a nascite rese più difficili a causa di una stretta corrispondenza tra il canale del parto e la testa del neonato. Nel bonobo, pur non essendoci questa difficoltà di parto, osserviamo comunque delle dinamiche sociali molto complesse.

 

3) Quali sono le prospettive future di questo studio?

P: Sto cercando di capire se questo scambio empatico possa essere “rintracciato” anche in altri contesti, come in quello sessuale e ludico. I dati sono già molto promettenti, anche se per ora non posso sbilanciarmi.

D: Sappiamo talmente poco sul parto nelle grandi scimmie – e in tutti i primati – che le prospettive di questa linea di ricerca sono numerose. Per quanto riguarda il bonobo, sarebbe fantastico se si potessero avere più informazioni sul parto in questa specie, osservare altre nascite in cattività e in natura e vedere se i nostri dati vengono confermati, e in che misura, su altri gruppi.

 

4) Quale è stato il momento che ricorda con maggior emozione, positiva o negativa che sia?

P: Osservare sia l’uomo sia gli altri animali nei loro contesti naturali è sempre stimolante, non ci sono emozioni negative. La bellezza sta soprattutto nel capire quali siano i comportamenti condivisi tra la nostra e le altre specie, e non mi riferisco solamente ai primati.

D: 
Osservare una nascita, in qualsiasi specie, è commovente perché ci si rende conto che è in questi pochi istanti che è concentrata la forza della natura. C’è comunque un momento che ricordo con maggiore emozione ed è quando ho visto i piccolini aggrapparsi per la prima volta alla pelliccia della loro mamma, pochi minuti dopo la nascita. Le loro minuscole dita si perdono sui fianchi delle madri ed è come se in quell’istante la mamma e il piccolo diventassero una cosa sola. E’ l’inizio del legame più forte che esista 

 

 

5) Lei che è ormai un’affermata ricercatrice, cosa consiglia ai giovani aspiranti etologi di oggi?

P: Lavorare sodo! Lasciare libera la mente di pensare e nutrire ogni forma di curiosità. E’ forse uno dei mestieri più difficili, quindi non voglio illudere nessuno. Difficile trovare una posizione, soprattutto in Italia. Molti dei miei studenti sono infatti migrati all’estero. Ma la cosa che mi riempie di orgoglio è che molte delle cose che hanno messo in valigia, le hanno imparate con me, anzi le abbiamo imparate insieme. E se hanno avuto delle opportunità è perché sono usciti dalle nostre strutture in modo preparato e competente.

D: L’etologia ha tante sfaccettature. Il principale consiglio che mi sento di dare ai ragazzi che si avvicinano a questa disciplina è di fare più esperienze possibili e di fare in modo che queste siano quanto più diversificate tra loro. Fare questo è essenziale per poter comprendere bene quale aspetto piace di più, o non piace per niente, e per smontare eventuali aspettative idealizzate e lontane dalla realtà

 

6) Quali sono state le difficoltà che ha incontrato nel suo percorso per poter arrivare dov’é arrivata?

P: Non so se il mio è un punto di arrivo. Sono così tante la cose che ancora voglio fare e sperimentare. Ogni giorno esco di casa con un’idea nuova. Magari molte sono poi da accantonare, ma qualcuna, migliore delle altre, riesco poi trasformarla in progetto di ricerca concreto. Forse il segreto è non sentirsi mai arrivati!

D: Il periodo più difficile è stato tra la fine del mio dottorato e l’inizio del mio attuale post-dottorato. Una pausa di circa due anni in cui mi sono trovata a fare diversi lavori, alcuni interessanti e comunque legati al mio percorso accademico, altri meno… Nel frattempo mandavo via domande e speravo di ricevere risposte positive che però non arrivavano. Ho continuato a portare avanti le mie ricerche nel tempo libero, ma è stata dura, e ringrazio chi mi è stato vicino e mi ha sostenuto. Poi finalmente una risposta positiva è arrivata dal Centro Nazionale Ricerche Scientifiche in Francia. Partire è stata per me una rinascita, ora mi sento felice e realizzata e mi sveglio ogni giorno sapendo che ho il grande privilegio di avere un lavoro che è prima di tutto una grande passione, ma bisogna avere lo spirito pronto per fare un salto del genere. Anche lasciare ogni cosa per realizzarsi da un punto di vista lavorativo è un grosso sacrificio.
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7) Cosa crede che riservi l’etologia di domani, rispetto a quella di ieri?
Quali ostacoli potrebbe incontrare l’etologia del 2018?

P: Il 2018 ormai è già storia vecchia. La cosa che auspico è che l’etologia possa lavorare in sinergia con altre discipline come la psicologia, le neuroscienze, l’antropologia e la filosofia della scienza. Penso che solo un approccio multidisciplinare possa portare a conoscere davvero quali “sofisticati marchingegni evolutivi” stiano sotto a qualsiasi forma di comportamento.

D: L’etologia, come tutte le scienze, guarda avanti. Ci sono sempre nuove metodologie che sostengono e integrano gli studi etologici da un punto di vista della ricerca. Al di là della ricerca, comunque, io credo fermamente che ogni attività che abbia a che fare con gli animali dovrebbe prevedere un etologo come figura professionale. Parlo di progetti di gestione, di conservazione, di interazione uomo-animale. Ci sono diversi ostacoli su questo cammino. Prima di tutto l’Italia è un paese in cui la cultura scientifica ha sempre trovato un terreno poco fertile e in più stiamo vivendo un momento storico in cui la scienza viene attaccata su più fronti. E’ chiaro che anche lo studio scientifico del comportamento animale soffre di questa situazione. Bisogna fare capire che quella dell’etologo è una vera professione – e non un gioco! – e che non basta amare gli animali ed esserne appassionati per diventare automaticamente esperti di comportamento animale.

 

8) Quali sono, a suo avviso, le “piaghe” per la Natura e gli animali nel mondo di oggi? e quanto secondo Lei, l’antropocentrismo influenza i problemi ambientali?

P: Difficile rispondere a questa domanda. Penso che l’antropocentrismo sia tanto pericoloso quanto l’antropodiniego. Ciò che serve è applicare il metodo scientifico con la mente aperta. Le grandi sfide ambientali, sicuramente riguardano i ricercatori e gli scienziati, ma riguardano anche tutta la gente che comunque su questo pianeta vive. La scienza può e deve mettere in guardia, ma sono poi le persone che devono rispondere in modo rispettoso, ricordando che di pianeta ne abbiamo uno solo (almeno per ora!)

D:  La madre di tutte le piaghe credo che sia la sovrappopolazione che è legata, più o meno direttamente, a tutte le catastrofi ambientali che conosciamo oggi. Siamo tanti su questo pianeta e, soprattutto, facciamo scelte che non sono sostenibili sul lungo periodo. Consumiamo risorse, produciamo beni e inquiniamo a un ritmo folle, è un dettame del nostro modello di sviluppo economico. E’ una questione complessa, anche da un punto di vista etico, perché tutti i paesi rincorrono questo ideale di sviluppo ed è un processo che non è possibile – o giusto – arrestare. L’uomo pone se stesso e i suoi bisogni – reali o immaginari – al centro di ogni cosa, è la nostra natura e forse sarà questo ciò che ci salverà quando la salvaguardia dell’ambiente diventerà IL bisogno assoluto. C’è solo da sperare che ciò avvenga prima che sia troppo tardi.

 

10) Quali sono, secondo Lei, i problemi di relazione Uomo-Animale nella società di oggi?

P: I conflitti sono sicuramente presenti. Penso che ci sia posto per tutti solo se i problemi verranno affrontati in modo razionale, soluzioni di testa e non di pancia!

D: Nelle società occidentali l’uomo si è allontanato dal mondo naturale. Viviamo in un mondo “artificiale” e abbiamo perso il contatto, la conoscenza dei ritmi e degli equilibri della natura. Il rapporto che abbiamo con gli animali altro non è che un riflesso di questa situazione. I problemi della relazione uomo-animale sono legati ad estremismi, una sorta di bipolarismo affettivo nei confronti delle altre specie. Trattiamo i nostri “pelosetti” domestici come “esseri umani” mentre ne alleviamo altri in condizioni “disumane”. Solo una conoscenza approfondita dei bisogni di una specie evita di cadere in certe trappole. Personalmente non vedo una grossa differenza tra un chihuahua dentro una borsetta e un maiale in una gabbia. In entrambi i casi, non si rispetta l’animale per quello che è.

 

9) Come si affrontano le questioni morali delle scienze animali? Cosa vuol dire Etologia Etica secondo Lei?

P: Non sono un’animalista, non lo sono mai stata. Ci sono stati eventi nella mia vita, veramente difficili da affrontare, che mi hanno fatto capire che in alcuni casi non c’è niente di più importante della vita umana. L’etica deve però sempre permeare la scienza. Non ci può essere scienza senza etica, altrimenti non è scienza! Non sono animalista, ma mi ritengo fortemente ambientalista, si possono e si devono costruire fabbriche per dare lavoro alla gente, ma tutto va fatto nel rispetto dell’ambiente. Ciò non deve essere visto solo come un costo, perché anche le politiche e l'”economia” ambientali possono portare ad un incremento delle attività lavorative. Basta pensare che una fabbrica o un’industria hanno bisogno anche di mezzi anti-inquinanti per poter funzionare. Si potrebbe aprire un altro fronte di “industria ecologica” che potrebbe dare lavoro a molte persone.

D: Tutto deve partire da una conoscenza intima di una specie. Bisogna osservare, cercare di capire, studiare, sforzarsi di vedere il mondo con gli occhi di un altro essere, entrare nel suo Umwelt per dirla con un termine tecnico. Non ci arriveremo mai al 100%, è impossibile, ma è un buon esercizio perché aiuta a farci delle domande e a fissare dei limiti. Per me il nocciolo della questione morale animale è questo: evitare o ridurre l’impatto di tutto ciò che modifica il “mondo naturale” di un animale, inteso come ambiente e relazioni sociali, mantenendosi il più possibile in ciò che è buono e lecito. Etologia ed Etica condividono la stessa radice, ethos, e questo le rende indissolubilmente legate e ci indica la buona strada da seguire: conoscere il comportamento per poter rispettare e proteggere.

 

Un ringraziamento profondo, ad entrambe, per la disponibilità, la gentilezza e soprattutto per la passione e la speranza che ci hanno trasmesso! 

Chiara Grasso