MEDICINA TRADIZIONALE CINESE: QUANDO UNA CURA DANNEGGIA GLI ANIMALI

medicina tradizionale cinese

Articolo di Camilla Mossotto, nostra associata che ha seguito il corso in Comunicazione e Divulgazione Scientifica.

 

Orsi, tigri, pangolini, serpenti, cavallucci marini sono solo alcune delle specie di animali oggi minacciati da alcune pratiche della Medicina Tradizionale Cinese pagando il prezzo più alto: il rischio d’estinzione. Fino a che punto l’uomo può spingersi per puro egoismo?

Da migliaia di anni, la Medicina Tradizionale Cinese viene tramandata nella cultura popolare orientale. Essa è caratterizzata da un approccio definito olistico (ovvero unione di corpo, mente e spirito) e prevede, in particolare nella Farmacologia cinese, l’utilizzo di diverse specie animali. Purtroppo, per quanto affascinanti possano sembrarci alcune credenze tramandate, non sempre la produzione di queste medicine può essere definita ecosostenibile.

Basti solo pensare al fatto che più di 12’000 orsi vivono in cattività in condizioni precarie solo per la necessità di prelevare la loro bile, considerata la cura per alcuni dei nostri problemi al cuore, fegato o per la febbre. Una risorsa considerata così preziosa che porta anche alla caccia illegale di questi animali. Sfortunatamente gli orsi non sono gli unici: i rinoceronti vengono ricercati per i loro corni come cura per le convulsioni, i pangolini per l’utilizzo delle loro scaglie per curare l’asma, i cavallucci marini vengono essiccati per curare infertilità e così via, una lista di decine di animali che vengono illegalmente trafficati e sono oggi a rischio estinzione.

Nonostante diverse leggi siano state imposte per limitare l’utilizzo di questi animali, il mercato persiste e gli effetti, purtroppo, sono già evidenti. Il rischio, però, non sussiste solo per le specie dirette interessate: un triste esempio riguarda il commercio del pesce totoaba (Totoaba macdonaldi), una specie presente nel Golfo della California la cui vescica natatoria viene utilizzata come rimedio naturale in Cina e venduta ad un alto prezzo, tanto da essere definita “cocaina acquatica”. Nonostante il totoaba sia dichiarata specie a rischio e la sua pesca sia stata vietata dal 1975, l’eccessiva richiesta non è diminuita, portando allo sviluppo di un commercio illecito.

La pesca illegale ha portato inoltre al rischio di cattura accidentale, definita bycatch, di diverse specie tra cui la vaquita (Phocoena sinus). Questa focena è di fatto una vittima collaterale che rimane intrappolata nelle reti e ha visto la sua popolazione decimata negli anni. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha stimato la presenza di meno di 10 individui rimasti nel 2019, definendola il mammifero marino più a rischio d’estinzione, un dato allarmante che ci porta a riflettere su quanto potere l’uomo abbia sul futuro delle specie che ci circondano.

Dati recenti dimostrano come la medicina cinese sia utilizzata da più di 160 paesi, con un mercato che si aggira sui 60 miliardi di dollari all’anno, quante altre specie siamo disposti a portare all’estinzione? Non tutte le specie animali interessate hanno visto, come nel “fortunato” caso del pangolino, la propria rimozione dall’elenco degli ingredienti approvati per la medicina tradizionale. Emerge dunque più che mai la necessità di misure stringenti prima che altre specie raggiungano livelli così critici.


Articolo di Camilla Mossotto

 

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Articolo scritto da un associato o un collaboratore esterno dell'Associazione ETICOSCIENZA