«SEI COSÌ TENERO CHE TI MANGEREI!»: I SEGRETI DELLA “CUTE AGGRESSION”

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La prima ricerca su questo tema fu pubblicata in articolo accademico nel 2015 e fu condotta da Oriana Aragón, che provò anche a dare una definizione del fenomeno. Secondo la ricercatrice, la cute aggression (o playful aggression) si riferisce alle espressioni che le persone mostrano in alcuni casi quando interagiscono con i bambini (o cuccioli di animali). A volte la felicità può essere scambiata per rabbia, in base alle cose che si fanno o si dicono. Ad esempio, alcune persone serrano i denti, stringono le mani, pizzicano le guance ad bambino o un piccolo animale e dicono cose come “vorrei mangiarti!”.

cute aggression

Secondo Riccardo Germani, psicologo e redattore della Finestra sulla Mente, «trovarsi di fronte a bambini piccoli o a cuccioli animali induce in molte persone emozioni complesse. Oltre all’istinto di accudimento e una scarica di energia positiva, infatti, emergono anche impulsi quasi aggressivi. Si tratta di sentimenti di cura e affetto, che però contengono un aspetto di nervosismo e aggressività. Ci coglie una sorta di urgenza, che spinge a voler stuzzicare, stringere, pizzicare le guance del piccolo e giocare con lui. La duplicità di queste emozioni viene definita cute aggression.»[fonte: qui]

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Focus riporta uno studio, realizzato dall’Università di Yale, in cui un gruppo di ricercatori «ha sottoposto a 109 persone una serie di foto di animali suddivise tra carine, buffe e neutre. Durante la visione, ai soggetti è stato chiesto se si trovassero d’accordo con espressioni come “è carino da morire!” o se avessero voglia di stringerli o, ancora, se la visione delle foto non facesse venir loro voglia di pronunciare espressioni onomatopeiche come “grrr”! Più le foto suscitavano tenerezza, più aggressive sono state le risposte scelte. In un secondo esperimento gli scienziati hanno voluto verificare se questi impulsi aggressivi fossero solo limitati al linguaggio o se sconfinassero nelle azioni. Per questo hanno fornito ai soggetti una carta da imballo con le bolle da scoppiare: davanti alle foto di animali teneri, i volontari hanno scoppiato il maggior numero di bolle: in media 120.» [fonte: qui]

Ma cosa ci spinge a comportarci così? Secondo quanto riportato da Elisabetta Intini, giornalista e divulgatrice scientifica, «i ricercatori hanno fornito due possibili spiegazioni. La prima è che la visione di una foto che ispira tenerezza susciti il richiamo immediato ad occuparci della creatura (umana o non) rappresentata. Poiché questo impulso non è soddisfatto – non possiamo infatti raggiungere l’oggetto delle nostre attenzioni – siamo investiti da un senso di frustrazione che genera una sorta di aggressività repressa. La seconda ipotesi è che questa – innocua – carica aggressiva sia un modo per bilanciare l’eccesso di sentimenti positivi che una data immagine suscita in noi. Un po’ come quando si piange, ma di felicità.» [fonte: qui]

cute aggression

Secondo quanto raccontato da Giulia Giribono su State of Mind, Il giornale delle scienze psicologiche, «in un recente studio pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience, Stavropoulos e colleghi (2019) hanno indagato l’eventuale presenza di basi neurali sottostanti la cute aggression. Nello specifico, è stata utilizzata una tecnica elettrofisiologica volta alla misurazione dell’attività elettrica proveniente dai neuroni all’interno del cervello rilevata a livello superficiale, ovvero i potenziali evento relati (ERPs). Sono state misurate in particolare componenti neurali relative alla salienza emotiva (N200), all’anticipazione della ricompensa (SPN) e al processamento della ricompensa (RewP), in quanto è stato ipotizzato che l’attività neurale corrispondente alla cute aggression potesse essere relativa in particolare al sistema di reward e al sistema che regola il processamento delle emozioni. Il campione dello studio era composto da 54 partecipanti con età compresa tra i 18 e i 40 anni, ognuno dei quali ha acconsentito a indossare una cuffia munita di elettrodi. Mentre indossavano le cuffie, ai partecipanti sono state mostrate su un monitor, in ordine casuale, 32 immagini divise per categorie in 4 blocchi: bambini carini (modificati per accentuare aspetti infantili, quali gli occhi grandi e le guance paffute), bambini meno carini (le stesse immagini del blocco precedente ma non modificate), cuccioli di animali carini e animali adulti. In seguito alla presa visione di ogni blocco, ai partecipanti è stata mostrata una serie di affermazioni ed è stato chiesto loro di esprimere rispetto a esse il proprio grado di accordo su una scala da 1 a 10. Tale richiesta era strutturata per valutare quanto i partecipanti trovassero carini i soggetti rappresentati (appraisal) e con che intensità sperimentassero una risposta di cute aggression. E’ stato inoltre valutato il senso di sopraffazione rispetto alle emozioni positive provato dai partecipanti (Non posso sopportarlo!, Non posso gestirlo!) e se questi ultimi si sentissero spinti a prendersi cura dei soggetti che avevano appena visto (Voglio stringerlo!, Voglio proteggerlo!). In generale, i partecipanti hanno riportato un maggiore livello di cute aggression e di senso di sopraffazione, oltre che un maggiore desiderio di cura e una valutazione maggiormente positiva, nei confronti dei cuccioli carini piuttosto che nei confronti degli animali adulti meno carini. Tra le due categorie di bambini – modificati in senso infantilizzante e non modificati – non sono state rilevate differenze significative. Tale incongruenza sarebbe da imputare, secondo gli autori, alla scelta di riproporre gli stessi soggetti modificati piuttosto che soggetti differenti che possedessero in origine le caratteristiche desiderate. Tramite le cuffie è stata misurata l’attività cerebrale dei partecipanti prima, durante e in seguito alla visione dei blocchi di immagini. Tramite l’analisi dell’attività neurale rilevata nei partecipanti che avevano avuto esperienza della cute aggression, è stato confermato il coinvolgimento del sistema di reward e del sistema legato al processamento delle emozioni nel fenomeno. In particolare, è stata evidenziata una correlazione particolarmente significativa tra il livello di cute aggression esperito in risposta ai cuccioli e la risposta di ricompensa elicitata a livello cerebrale dalla visione di tali stimoli. Infine, è stato rilevato che la relazione tra la valutazione di quanto un soggetto venisse considerato carino e l’esperienza della cute aggression risultava mediata dal senso di sopraffazione esperito.» [fonte: qui]

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Riccardo Germani sottolinea che «la cute aggression è un esempio di espressione dimorfa. Le espressioni dimorfe sembrano emergere, riassumendo, quando un’emozione (sia positiva che negativa) è così intensa da essere percepita da parte dell’organismo come poco gestibile o dannosa. Quando ciò avviene, mettiamo in atto risposte contrarie all’emozione che stiamo provando. Questo può essere stato molto utile per l’Uomo a livello evoluzionistico. Quando vediamo un bambino piccolo si attivano istinti di tenerezza e di cura. Tuttavia, se le emozioni suscitate sono così intense da distrarci dai pericoli, possono diventare dannose, anche se positive. C’è allora bisogno di un sistema in grado di riportare l’organismo a uno stato di equilibrio. Per fare questo, ci serviamo delle “espressioni dimorfe”, ovvero formate da due componenti (in questo caso, tenerezza e aggressività).» [fonte: qui]

 

Associazione ETICOSCIENZA

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Autore

Biologo Naturalista

Laurea Triennale in Scienze biologiche presso "Sapienza" Università di Roma e specializzazione con una Laurea Magistrale in Evoluzione del Comportamento Animale e dell'Uomo presso l'Università di Torino (votazione: 110 e lode). Dopo aver svolto uno stage formativo presso "Ecotoxicology and Animal Behavior Laboratory" (Iasi, Romania) ed essere stato guida naturalista e ricercatore presso "Monkeyland Primate Sanctuary" (Plettenberg Bay, Sudafrica), ha ricoperto il ruolo di Wildlife Manager presso "Kids Saving the Rainforest - Wildlife Sanctuary and Rescue Center" (Quepos, Costa Rica). Da settembre 2019 è socio della Società Italiana di Etologia e membro della giuria per il Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica. Dopo una recente collaborazione nell'ambito dell'educazione ambientale con il Parco fluviale Gesso e Stura, attualmente si occupa di ricerca e divulgazione scientifica presso l'Associazione ETICOSCIENZA.

christianlenzi.eticoscienza@gmail.com

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