ISOLA DI PLASTICA DEL PACIFICO: L’ISOLA DELLA SPAZZATURA – Un disastro ambientale di proporzioni enormi

ISOLA DI PLASTICA DEL PACIFICO: L’ISOLA DELLA SPAZZATURA – Un disastro ambientale di proporzioni enormi

Maggio 21, 2018 Off Di Chiara Grasso

COLLABORAZIONE ESTERNA CON LA VETERINARIA GAIA DE VINCENZI

L’Isola di plastica del Pacifico, nota anche come “Grande chiazza di immondizia del Pacifico”, è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La denominazione di “Grande chiazza di immondizia del Pacifico”, è considerata da alcuni scienziati una denominazione impropria per indicare l’accumulo di immondizia galleggiante della dimensione del Texas che si trova tra l’Oregon e le Isole Hawaii, dato che questo sembra suggerire che questa epica quantità di spazzatura sia maneggevole.
Comunque la si chiami, l’immondizia rappresenta un disastro ambientale per gli oceani del mondo ed è spesso usato per illustrare il bisogno di politiche di preservazione che tengano in considerazione l’oceano.

Ripercorriamo la storia di questo disastro ambientale di cui i media parlano veramente poco: l’accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario; il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell’Oceano Pacifico, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro formando una enorme “nube” di spazzatura presente nei primi metri della superficie oceanica. L’esistenza di questa isola era stata prevista in un documento pubblicato nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration: Queste indagini trovarono elevate concentrazioni di detriti marini accumulati nelle regioni dominate dalle correnti marine. Basandosi su ricerche effettuate nel Mar del Giappone, i ricercatori ipotizzarono che condizioni similari dovessero verificarsi in altre porzioni dell’Oceano Pacifico, dove le correnti prevalenti propiziavano lo sviluppo di masse d’acqua relativamente stabili.

I ricercatori indicarono specificamente la zona di convergenza del Vortice subtropicale del Nord pacifico, e specificarono che i materiali plastici non si biodegradano come le altre sostanze di natura organica, ma prima si “fotodegradano”, dividendosi in parti sempre più piccole, fino a formare polimeri. Questo fa sì che i rifiuti galleggino formando un agglomerato che imbriglia detriti di ogni tipo e contamina l’ambiente marino.
Ma la cosa peggiore è che gli animali confondono l’immondizia con il cibo, in quanto i polimeri provenienti dalla graduale disintegrazione dei rifiuti sono molto simili al plancton.
Di conseguenza molti animali marini muoiono per aver ingerito plastica, che entra nella catena alimentare intasando l’intero ecosistema.

Tartaruga marina : una delle tante vittime dei rifiuti galleggianti, rimasta intrappolata in un cerchio di plastica e cresciuta in modo anomalo.

La densità dei resti galleggianti aumenta drammaticamente anno dopo anno. Molti uccelli marini e pesci muoiono inghiottendo i rifiuti plastici. Si stima che ogni anno, oltre un milione di uccelli e centomila mammiferi e tartarughe marine muoiono per ingestione di resti di plastica buttati nell’oceano.
Certamente, non tutta la plastica galleggia, e così circa il 70% dei residui plastici finisce per contaminare i fondali marini.

Simulazione del vortice dell’isola di plastica che galleggia nel Pacifico

Il problema principale è che l’isola si trova in acque internazionali. Nessuno passa da lì, non fa parte delle principali rotte commerciali, non è sotto nessuna giurisdizione e la gente non sa della sua esistenza.

Secondo Charles Moore, il navigatore che nel 1997 scoprì l’Isola di Plastica e ne diede conto al mondo, soluzioni non ce ne sono: “I costi connessi alla pulizia del Vortice sono tali da mandare in bancarotta qualsiasi Paese volesse cimentarsi nell’impresa. E comunque,” spiega Moore, fondatore di Algalita, (www.algalita.org) un’organizzazione per la protezione degli oceani, “se si utilizzassero le reti per raccogliere almeno i pezzi di plastica più grossi, il risultato sarebbe una strage di pesci e altri organismi marini”.

Allora, se non si può raccogliere la plastica che nell’oceano c’è già finita, “bisognerebbe almeno smettere di farcene arrivare dell’altra” dice Moore. Ma questo sarebbe possibile soltanto con un cambiamento radicale nel comportamento quotidiano di ognuno di noi.

Gaia De Vincenzi