LA STORIA DI SUCCESSO DELLA REINTRODUZIONE DEL GIPETO SULLE ALPI

LA STORIA DI SUCCESSO DELLA REINTRODUZIONE DEL GIPETO SULLE ALPI

ottobre 2, 2018 Non attivi Di Collaborazioni Esterne

Articolo scritto da Diego Parini, che ha seguito il nostro corso online in Comunicazione e Divulgazione scientifica.

 

“Possiede una forza incredibile, tale da riuscire a trasportare con facilità da una montagna all’altra agnelli, capre e addirittura bambini tenendoli nei suoi artigli”, scriveva così nel suo trattato naturalistico G.H. Von Schubert nel 19esimo secolo. Un mostro assetato di sangue, divoratore di bambini e di bestiame. Questo era il gipeto prima di scomparire. Le sue grosse dimensioni, il suo becco aguzzo e il suo aspetto imponente hanno contribuito a spaventare le persone, tanto da arrivare all’uccisione dell’ultimo esemplare di gipeto nel 1913, causandone l’estinzione sulle Alpi. Come nella maggior parte dei casi, le credenze popolari che riguardano gli animali unite alle scarse conoscenze biologiche hanno portato a questi risultati tragici.

Il gipeto non è niente di tutto ciò.

Il gipeto (Gypaetus barbatus) è il più grosso avvoltoio nidificante in Europa, ma soprattutto è l’unico avvoltoio ad aver specializzato la sua dieta sul consumo delle ossa delle carcasse di animali, quindi non è assolutamente un mangiatore di agnelli, tantomeno di bambini. È  invece un maestoso uccello, con un’apertura alare di quasi 3 metri, un peso di circa 6 chilogrammi, due ciuffi neri ai lati del becco, l’iride gialla circondata da un anello rosso e un folto piumaggio della testa che lo distingue dagli avvoltoi. Questa particolare distinzione è dovuta alla diversa alimentazione: infatti, nutrendosi di carcasse, gli avvoltoi hanno il classico collo e capo quasi calvo così da non imbrattare il piumaggio di sangue, mentre il gipeto, nutrendosi di ossa, non ha questa necessità. Le ossa sono un alimento non digeribile dalla maggior parte degli animali e questa specializzazione permette al gipeto di evitare la competizione con altre specie. La digestione delle ossa avviene grazie ai succhi gastrici estremamente acidi che sciolgono il calcio, e quando si trova a dover rompere ossa troppo grandi da essere ingerite adotta un comportamento innato molto affascinante: porta in volo l’osso e, raggiunta una certa altezza sopra una pietraia, lo lascia cadere più volte finchè non si rompe in pezzi più piccoli.

Un’altra particolarità molto interessante, parlando del piumaggio, è la colorazione. I giovani gipeti possiedono un piumaggio completamente marrone che, successivamente, intorno ai 4 anni d’età, diventa sempre più bianco nelle zone del capo e del petto. Crescendo, entrambi i sessi, fanno un vero e proprio “make-up”. Infatti, vanno alla ricerca di pozze ricche di sedimenti di ossidi di ferro dopodichè si immergono, così da colorarsi con il tipico colore del gipeto adulto, rosso-arancione acceso. Questo comportamento è facilmente identificabile poichè negli individui adulti in cattività, il piumaggio rimane bianco. Non si conosce ancora con esattezza se sia un segnale sessuale, se serva come antiparassitario oppure entrambe le ipotesi.

Il gipeto ha un areale molto ampio. Originariamente la popolazione era presente su tutte le catene montuose d’Europa ma la distruzione antropica ha portato alla decimazione della popolazione. I bocconi avvelenati, la caccia diretta e la diminuzione degli ungulati alla base della sua alimentazione sono state le principali cause. Finalmente nel corso degli anni la cattiva immagine associata al gipeto è cambiata, infatti già negli anni ‘70 sono incominciati i primi tentativi di reintroduzione con scarsi risultati a causa dell’elevata mortalità.

 

Il progetto per la reintroduzione del gipeto

Nel 1978 nasce e tutt’ora è in corso, facilitato anche della protezione delle convenzioni europee. Sono diverse le fondazioni che hanno preso parte a questo progetto, come la VCF (Vulture Conservation Foundation), assieme ai Parchi naturali, (come il Parco dello Stelvio), uniti per riportare il gipeto nella regione alpina, dove si sono mantenute le caratteristiche ambientali idonee alla sua presenza. Inoltre, è aumentata la sensibilità ecologica della comunità antropica, anche se purtroppo l’ostilità dell’uomo nei confronti del gipeto non si è mai arrestata neanche in questi ultimi anni, considerati i casi di abbattimento registrati nelle regioni interessate al progetto.

Il progetto si basa sull’allevamento in cattività dei giovani, in zoo e in centri di riproduzione, e successivamente sul rilascio in natura. La tecnica usata per il rilascio è quella dell’ “Hacking”, ovvero vengono ricreate le condizioni naturali per l’involo dei giovani. A circa 3 mesi d’età, in primavera, vengono trasferiti nei nidi artificiali posti nelle località di reintroduzione, appositamente collocati in cavità presenti sulle pareti rocciose. In questa fase iniziale i piccoli riescono già a cibarsi autonomamente ma non sono ancora in grado di  volare, l’involo avviene circa 20-25 giorni dopo e il cibo viene fornito fino ad agosto, sia direttamente al nido che su carnai disposti a distanze controllate. Dopo l’involo, per un periodo di almeno 2 anni le osservazioni sono facilitate da apposite colorazioni artificiali del piumaggio che permettono il riconoscimento degli esemplari, l’inanellamento invece permette il riconoscimento sul lungo periodo. Il tasso di sopravvivenza annuale ha raggiunto il 96%, un valore eccezionale per la reintroduzione. Il primo rilascio è stato effettuato nel 1986 in Austria, dopodichè si sono susseguiti nuovi rilasci lungo tutto l’arco alpino. Nel 1997 è avvenuto l’involo del primo gipeto nato in natura sulle Alpi, l’anno successivo nel Parco dello Stelvio è avvenuto il primo involo su territorio italiano. Questo programma di conservazione e reintroduzione del gipeto è uno dei progetti più duraturi e meglio riusciti al mondo, i dati del 2017 hanno stabilito un nuovo record per la popolazione di gipeto delle Alpi: 47 territori con 42 coppie riproduttive. Questi sono numeri eccezionali. A 32 anni dal primo rilascio si è raggiunto il numero record di 31 individui involati allo stato selvatico. Ad oggi grazie ai dati provenienti da più di 580 siti si è stimata a 220-260 la dimensione della popolazione delle Alpi e del Massiccio Centrale (Francia). Nel 2017 i rilasci sono continuati con altri 12 gipeti in 5 siti differenti nelle Alpi sud-occidentali e nel Massiccio Centrale per lo sviluppo della popolazione periferica, così da avere nel lungo periodo un collegamento tra Alpi e Pirenei per permettere lo scambio genetico tra le due popolazioni, ora isolate.

Le biologia stessa del gipeto, però, ha rappresentato una criticità nello sviluppo del progetto. Il gipeto, infatti, in natura ha una prospettiva di vita di circa 30 anni mentre in cattività raggiunge tranquillamente i 40-50 anni. Il problema sono le tempistiche riproduttive piuttosto lunghe, poiché raggiunge la maturità sessuale a 5-7 anni ma molto spesso la prima riproduzione riesce solo a 8-9. Non solo, una coppia si riproduce solitamente ogni 2 o 3 anni e inoltre alleva massimo un piccolo, che non sempre raggiunge l’involo. Quindi si ha una bassa capacità riproduttiva, di circa 0.50 giovani/coppia all’anno nelle popolazioni in espansione. A queste difficoltà naturali, vanno aggiunti tutti i disturbi e problemi che l’uomo come sempre crea. Infatti, vengono ancora registrati casi di avvelenamento (5 casi solo nel 2017) il che fa riflettere che i fattori di rischio principali sono di natura antropica. Legato alla caccia un problema urgente è l’avvelenamento da piombo, per il quale bisogna ottenere il bando totale di questo pericoloso metallo presente nei proiettili. Altri problemi sono gli impianti eolici e gli elettrodotti che ancora oggi provocano pesanti perdite da non sottovalutare. Nonostante i grossi problemi di conservazione causati dall’uomo, la reintroduzione del gipeto è riuscita, il gipeto è tornato a volare sulle Alpi e a riprodursi. Questo successo ha confermato che la reintroduzione può essere una strategia di gestione favorevole per la conservazione dei grossi rapaci.

Adesso non resta altro che ammirare questo magnifico uccello volare sopra le nostre teste.

 

Articolo di Diego Parini

 

Bibliografia

  1. Giraudo L. & Bassi E.,(2018) “Info Gipeto” n. 34, Parco Naturale Alpi Marittime e Parco Nazionale dello Stelvio, Valdieri
  2. Jenny, D., Kéry, M., Trotti, P., & Bassi, E. (2017). Philopatry in a reintroduced population of Bearded Vultures Gypaetus barbatus in the Alps. Journal of Ornithology, 1-9.
  3. Negro, J. J., Margalida, A., Torres, M. J., Grande, J. M., Hiraldo, F., & Heredia, R. (2002). Iron oxides in the plumage of bearded vultures. Medicine or cosmetics?. Animal Behaviour, 64(3), F5.

 

Sitografia

http://it.marittimemercantour.eu/

http://gipeto.ch/

http://lombardia.stelviopark.it/

https://www.4vultures.org/